I migliori attivi contro le macchie e i loro meccanismi d'azione

Viso con macchie

Le discromie cutanee non sono tutte uguali e, soprattutto, non esiste un unico meccanismo responsabile della loro comparsa.

La produzione e la distribuzione della melanina dipendono infatti da numerosi processi: attività dei melanociti, enzimi coinvolti nella melanogenesi, segnali infiammatori, stress ossidativo, trasferimento dei melanosomi ai cheratinociti e turnover dell'epidermide.

Per questo motivo, quando si parla di trattamento delle macchie, è più corretto considerare non soltanto i depigmentanti propriamente detti, ma l'intera categoria degli attivi antimacchia.

Alcuni agiscono direttamente sulla produzione della melanina, altri modulano i segnali che regolano la melanogenesi, altri ancora intervengono sull'infiammazione, sul trasferimento del pigmento, sullo stress ossidativo o sul ricambio cellulare.

Prima di scegliere un attivo è quindi importante considerare anche il tipo di discromia: melasma, lentigo solari e iperpigmentazione post-infiammatoria, ad esempio, possono avere meccanismi differenti e rispondere in modo diverso ai trattamenti.

Attivi che agiscono sulla melanogenesi

Uno dei principali punti di intervento nel trattamento delle discromie è la melanogenesi, cioè l'insieme dei processi attraverso cui i melanociti producono melanina.

Tra gli enzimi più importanti coinvolti in questo processo troviamo la tirosinasi e altre proteine, come TRP-1.

Tra gli attivi che intervengono direttamente su questi processi troviamo l'idrochinone, uno dei depigmentanti più studiati e potenti, che interferisce con la tirosinasi e con la funzione dei melanociti; l'acido kojico, che inibisce la tirosinasi; l'alfa-arbutina, che ne modula l'attività; il 4-Butylresorcinol, che agisce principalmente sulla tirosinasi e sulla TRP-1; e la cisteamina, che interviene attraverso diversi meccanismi della melanogenesi ed è particolarmente studiata nel trattamento del melasma e delle iperpigmentazioni persistenti.

Questi attivi possono essere interessanti per diverse forme di iperpigmentazione, tra cui melasma, lentigo, macchie solari e iperpigmentazione post-infiammatoria, anche se presentano caratteristiche differenti in termini di efficacia, meccanismo e tollerabilità.

Acido azelaico: un attivo multifunzionale

L'acido azelaico occupa una posizione particolare perché agisce attraverso più meccanismi contemporaneamente. Può interferire con la melanogenesi e, allo stesso tempo, esercitare attività antinfiammatoria e antiossidante, contribuendo a ridurre alcuni dei fattori che possono favorire la comparsa o la persistenza delle discromie.

Questa azione multifunzionale lo rende particolarmente interessante quando la pigmentazione è associata ad acne, infiammazione, rossori o iperpigmentazione post-infiammatoria, oltre che nel melasma. Il suo interesse deriva quindi non soltanto dalla capacità di intervenire sulla produzione del pigmento, ma anche dalla possibilità di agire sui processi infiammatori e ossidativi che possono contribuire al mantenimento della discromia.

L'idrochinone, proprio per la sua potenza e per il rischio di irritazione ed effetti indesiderati associati a un uso scorretto o prolungato, deve essere utilizzato sotto controllo professionale ed è soggetto a specifiche restrizioni normative. Anche l'acido kojico può provocare irritazione o dermatite da contatto nelle pelli sensibili, mentre alfa-arbutina e acido azelaico possono rappresentare opzioni più adatte quando si ricerca un approccio progressivo e generalmente ben tollerato.

Attivi che modulano i segnali che stimolano la melanogenesi

La produzione di melanina non dipende soltanto dall'attività degli enzimi melanogenetici. I melanociti ricevono infatti numerosi segnali provenienti dalle cellule circostanti e dall'ambiente cutaneo.

Infiammazione e alterazioni del sistema plasmina/plasminogeno, per esempio, possono contribuire alla stimolazione della melanogenesi.

L'acido tranexamico è particolarmente interessante perché interviene su questi segnali, agendo anche sulla comunicazione tra cheratinociti e melanociti e sul pathway plasmina/plasminogeno.

È per questo particolarmente studiato nel melasma, ma può essere interessante anche nelle iperpigmentazioni persistenti, post-infiammatorie e associate a processi infiammatori.

Attivi che riducono il trasferimento del pigmento

La pigmentazione visibile non dipende soltanto dalla quantità di melanina prodotta.

Dopo essere stati sintetizzati dai melanociti, i melanosomi vengono trasferiti ai cheratinociti, dove contribuiscono alla pigmentazione dell'epidermide.

La niacinamide agisce proprio su questa fase, contribuendo a ridurre il trasferimento dei melanosomi dai melanociti ai cheratinociti e, di conseguenza, la quantità di pigmento che raggiunge le cellule epidermiche.

A questa attività si aggiungono proprietà antinfiammatorie e un ruolo nel mantenimento della barriera cutanea, rendendola particolarmente interessante nelle formulazioni che combinano più meccanismi antimacchia.

Attivi che contrastano lo stress ossidativo

Lo stress ossidativo può contribuire all'attivazione dei processi coinvolti nella pigmentazione.

Per questo, alcuni attivi antimacchia possono agire anche attraverso la protezione dall'ossidazione, contribuendo a contrastare i fattori che favoriscono la formazione o la persistenza delle discromie.

La vitamina C è particolarmente interessante per la sua attività antiossidante e per la capacità di interferire con alcuni processi della melanogenesi. Può quindi contribuire al miglioramento delle discromie, soprattutto quando stress ossidativo e foto-danno rappresentano fattori rilevanti.

In cosmetica viene utilizzata sia come acido L-ascorbico, la forma direttamente attiva e maggiormente studiata, sia sotto forma di derivati, che differiscono per stabilità, conversione e disponibilità dei dati clinici.

Anche il bakuchiol, pur non essendo un retinoide, è stato studiato per la sua attività antiossidante e per la capacità di interferire con alcuni processi della melanogenesi, inclusa l'attività della tirosinasi. Il suo interesse specifico nel trattamento delle macchie è tuttavia supportato da evidenze cliniche meno robuste rispetto a quelle disponibili per alcuni depigmentanti più studiati.

Attivi che favoriscono il turnover e il ricambio epidermico

Un ulteriore modo per intervenire sulle discromie consiste nel favorire il turnover epidermico e il progressivo ricambio delle cellule superficiali contenenti pigmento.

I retinoidi, come retinolo e retinal, modulano il turnover e la differenziazione epidermica e possono migliorare progressivamente pigmentazione, texture e segni del foto-invecchiamento.

Il loro effetto non consiste semplicemente nell'esfoliare la pelle: intervengono nella fisiologia epidermica. È però importante evitare un'eccessiva irritazione, perché l'infiammazione può favorire l'iperpigmentazione post-infiammatoria.

Tra gli esfolianti, l'acido glicolico favorisce il distacco delle cellule superficiali e il rinnovamento dell'epidermide, risultando particolarmente interessante per macchie superficiali, iperpigmentazione post-acne, foto-invecchiamento e texture irregolare.

L'acido salicilico, grazie alla sua natura lipofila e alle proprietà esfolianti e antinfiammatorie, è particolarmente utile quando le discromie sono associate ad acne. Il suo ruolo nella pigmentazione è quindi soprattutto complementare rispetto agli attivi che agiscono direttamente sulla melanogenesi.

L'esfoliazione deve però essere proporzionata alla tolleranza della pelle. Un utilizzo troppo frequente o aggressivo degli acidi esfolianti può compromettere la barriera cutanea, aumentando secchezza, sensibilità e perdita d'acqua transepidermica. L'irritazione persistente può inoltre favorire l'infiammazione e, nelle pelli predisposte, contribuire alla comparsa o al mantenimento dell'iperpigmentazione post-infiammatoria.

Per questo motivo, un'esfoliazione più intensa o più frequente non significa necessariamente ottenere una pelle più luminosa e uniforme: quando si supera la capacità di tolleranza della pelle, il risultato può essere esattamente l'opposto.

Il gluconolattone, appartenente alla famiglia dei PHA, offre invece un'esfoliazione più delicata associata a proprietà umettanti e antiossidanti, risultando particolarmente interessante per migliorare luminosità, texture e uniformità nelle pelli sensibili.

Un approccio ancora più delicato è rappresentato dai peeling enzimatici, che utilizzano enzimi proteolitici come papaina, bromelina e ficina per favorire la degradazione delle proteine dello strato corneo.

Possono quindi contribuire al ricambio dello strato corneo e alla progressiva eliminazione delle cellule superficiali contenenti melanina, migliorando luminosità e uniformità.

La loro azione è però diversa da quella dei veri depigmentanti: papaina, bromelina e ficina non agiscono principalmente bloccando la melanogenesi, ma attraverso l'azione proteolitica sullo strato corneo. La loro funzione può quindi essere complementare all'interno di protocolli che intervengono contemporaneamente sulla produzione del pigmento e sul suo ricambio superficiale.

Pool di attivi brevettati come lo Skin Moon creato da Bionap, sono interessanti per aver dimostrato aver la potenza schiarente paragonabile al idrochinone, senza causare fotosensibilità o irritazioni.

Perché combinare attivi con meccanismi diversi?

La pigmentazione cutanea è un processo complesso e non dipende da un unico enzima o da un unico tipo di stimolo.

Per questo, le formulazioni antimacchia più interessanti possono combinare attivi che intervengono su diverse fasi dello stesso processo.

Un esempio è l'associazione di:

Acido tranexamico + niacinamide + 4-Butylresorcinol + idrossiacidi

che permette di intervenire contemporaneamente su diversi meccanismi legati alla pigmentazione, tra cui melanogenesi, segnali che la stimolano, trasferimento del pigmento e turnover epidermico.

Una formulazione contenente questa combinazione è stata valutata in uno studio clinico di 84 giorni, nel quale sono state osservate riduzioni significative del numero e della superficie delle macchie e degli indici di pigmentazione.

È importante però interpretare correttamente questi risultati: trattandosi di una formulazione completa, non è possibile attribuire individualmente il risultato a uno solo degli ingredienti.

Altre combinazioni interessanti possono includere:

Acido azelaico + acido tranexamico

Per intervenire attraverso meccanismi differenti sulla pigmentazione e sulla componente infiammatoria.

Alfa-arbutina + niacinamide

Per intervenire sia sulla melanogenesi sia sul trasferimento dei melanosomi.

Acido kojico + alfa-arbutina

Per un'azione combinata sulla tirosinasi.

Retinoidi + vitamina C

Per associare modulazione del turnover, attività antiossidante e contrasto dei segni del foto-danno.

La scelta non dovrebbe quindi basarsi semplicemente sulla ricerca del "miglior ingrediente", ma sulla possibilità di intervenire sui diversi meccanismi che contribuiscono alla formazione e alla persistenza della macchia.

Qual è quindi il miglior attivo contro le macchie?

Non esiste un unico "miglior attivo" per tutte le discromie.

Esiste piuttosto l'attivo più adatto al tipo di iperpigmentazione, alla sua causa, alla sensibilità cutanea e ai fattori che continuano a stimolare la melanogenesi.

Melasma

Acido tranexamico, acido azelaico, cisteamina, idrochinone e combinazioni mirate.

Macchie solari

4-Butylresorcinol, acido kojico, alfa-arbutina, vitamina C, retinoidi e acidi esfolianti.

Iperpigmentazione post-acne

Acido azelaico, niacinamide, acido tranexamico, retinoidi, acido glicolico e acido salicilico.

Pelle sensibile

Alfa-arbutina, niacinamide, gluconolattone e formulazioni ben bilanciate con attivi depigmentanti a bassa irritatività (come i peeling enzimatici).

La strategia più efficace è quindi quella che combina, quando appropriato, inibizione o modulazione della melanogenesi, controllo dell'infiammazione, riduzione del trasferimento dei melanosomi, protezione dallo stress ossidativo e corretto turnover epidermico.

La fotoprotezione rimane fondamentale

La fotoprotezione rimane una componente essenziale di qualsiasi strategia antimacchia.

La radiazione ultravioletta rappresenta infatti uno dei principali stimoli alla melanogenesi e può contribuire alla comparsa, alla persistenza e alla recidiva di diverse forme di iperpigmentazione.

Per questo, il trattamento delle discromie non dovrebbe essere concepito semplicemente come la ricerca dell'attivo "più potente", ma come un intervento sui diversi meccanismi che contribuiscono alla pigmentazione, associato alla riduzione continua degli stimoli che la favoriscono.

Perché una macchia non si tratta soltanto cercando di ridurre il pigmento già presente: bisogna anche intervenire sui processi che ne hanno determinato la formazione e su quelli che possono favorirne la ricomparsa.

 

 

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